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Imbersago (Lecco)..

Renzo Ferrari con “Erbolario” alla Fondazione Granata-Braghieri Dopo la molto apprezzabil...

Museo di Blenio..

Acquarossa e le sue acque: bagni termali e turismo alpino La mostra che si tiene attual...

Museo Mendrisio..

Il Museo d’arte mette in mostra le sue collezioni Il Museo d’Arte di Mendrisio mette in ...

Museo Vela..

Il futurista e intellettuale svizzero Federico Pfister/De Pistoris (1898-1975) Il princip...

Vini italiani..

Zisola, la sfida siciliana nella patria del Nero d’Avola Non fu facile trovare in Sicil...

Gastronomia..

Ristorante Stazione di Bioggio rinomato anche per la selvaggina Paté di capriolo ai por...

Riso Gallo..

Una storia fatta di chicchi che dura da ben sei generazioni Riso Gallo, che nel 2006 ha c...

Vira Gambarogno..

Le pitture sulle case del nucleo per l’arredo artistico permanente Il connubio tra Vira G...

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La 911 GT3 R Hybrid per ora solo da competizione Esattamente 110 anni dopo che Ferdinand ...

Subaru..

Forester 2.5XS Special Edition con motore boxer aspirato La Subaru ha da poco lanciato s...

Imbersago (Lecco)

Foto documento Imbersago (Lecco)

Renzo Ferrari con “Erbolario”
alla Fondazione Granata-Braghieri


Dopo la molto apprezzabile mostra tenuta lo scorso mese di marzo alla galleria La Colomba di Lugano-Viganello, Renzo Ferrari conclude il ciclo di avvenimenti dettato dal ritmo del prestigioso Premio Morlotti alla carriera, a lui assegnato sul finire dello scorso anno. Si presenta ora al pubblico a Imbersago (Lecco), cittadina dove ha sede il Premio, presso le sale della Fondazione Granata-Braghieri. Alla Colomba - oltre a “Rosa e Vida”, olio su tela di cm 55x86,5 che è l’opera presentata al Premio - erano in mostra una trentina di opere, anche di foggia tridimensionale, mai esposte prima. Ad Imbersago le esecuzioni artistiche sono quaranta in una mostra totalmente nuova nella sua composizione. L’esposizione appena al di là del confine si tiene dal 18 settembre al 10 ottobre.
Per questa esibizione Renzo Ferrari ha selezionato pitture da lui eseguite tra quest’anno e quello scorso, radunandole sotto il titolo “Erbolario e altri temi”. “Erbolario” dal titolo di una antica pubblicazione sulla flora custodito dalla Civica Biblioteca di Bergamo e che l’artista di tanto in tanto consulta. Ecco come il protagonista sinteticamente presenta questa sua esposizione: “Ho raccolto per questa mostra alla fondazione Granata-Braghieri una sequenza di opere eseguite nel 2009 e 2010. Centrale è il tema “Erbolario” (erbario) dove non a caso più che la presenza della figura sono protagonisti: luoghi, territorio, piante. Ho sempre tenuto presente la natura quale anti sede dell’habitat urbano sin dai miei esordi, quale serbatoio di un immaginario ancestrale che ha origini dalla mia infanzia rurale. Il cardo, anagramma di Cadro (paese dell’entroterra luganese dove sono nato), tra le piante lo considero la proiezione di una sorta di autoritratto vegetale, spinoso. Altro tema, legato alla mia recente esperienza ospedaliera è “Hospital”. Attualmente il mio nuovo assetto deambulatorio con protesi bilaterali alle ginocchia mi piace definirlo ironicamente bionico, da “artista robotizzato”. L’artificiale si è insediato nel mio corpo, e a proposito del corpo lo ritengo sempre l’apparecchio rice-trasmittente primario “la conditio sine qua non”, del lavoro creativo. Altre sezioni in catalogo e nella mostra sono “El Bosco navy”, “Stilleben”, “Tentatif porträt”, “Dialogo immaginario di RF con Marcel Duchamp redivivo”.
Nel catalogo la critica dell’arte Chiara Gatti ha raccolto altre considerazioni dell’artista e così le espone: «È un dato di fatto. Nel tempo gli artisti finiscono per assomigliare sempre di più alle loro opere. Come succede alle persone che si amano o con gli spazi che si abitano. Lui? Si definisce ‘spinoso’ quanto i cardi dei suoi ultimi oli, taglienti e aguzzi come il suo segno istintivo e selvatico che ferisce la superficie del quadro. “Sono un polemico. Che altro le posso dire” confessa con una certa dose di auto-ironia che non ti aspetteresti da un autore famoso per la sua pittura emotiva, profondamente intima e drammatica. “La pittura riflette anche questo, dice quello che sei. Ci sono artisti che fanno i quadri per poi contemplarli. Io, mentre dipingo, secondo una certa quotidianità, vedo sciogliersi i nodi che ho dentro, mi libero, smaltisco le tensioni”. C’è qualcosa di biografico dunque nel suo lavoro,? “Molti trovano che l’elemento biografico possa essere un limite, ma il mio sforzo è di ricondurlo a una valenza interiore, capace di traghettare l’esperienza personale in una dimensione concreta di linguaggio. Sono convinto comunque che tutto sia autobiografico, persino l’arte concettuale può esserlo. Non credo sia possibile lasciare fuori della porta quello che sei veramente; è importante tuttavia evitare l’insidia del ‘troppo umano’, per citare Nietzsche”.
La mostra di Renzo Ferrari rimane allestita presso la Fondazione Granata-Braghieri, vicolo Chiuso 6 a Imbersago (Lecco) dal 18 settembre al 10 ottobre; inaugurazione sabato 18 settembre ore 18.00. L’esposizione si può visitare nei giorni di sabato e domenica negli orari: 10.00-12.00 / 15.00-19.00; negli altri giorni su appuntamento chiamando il numero telefonico (0039) 339 4196641.

Biografia

Renzo Ferrari è nato a Cadro-Lugano nel 1939. Ha studiato a Milano al Liceo artistico e all’Accademia di Brera, terminata nel 1962 con una tesi sull’opera grafica di James Ensor. Nello stesso anno tiene una mostra personale alle “Ore”, galleria milanese che lo proporrà ripetutamente nel corso del tempo. Ottiene i primi riconoscimenti critici e della stampa e l’assegnazione del Premio Diomira per il disegno nel 1964 a Milano. Da allora nella metropoli lombarda espone regolarmente nelle più qualificate gallerie, ma non mancano certo le sue mostre nelle altre parti d’Italia e all’estero. La prima apparizione ticinese di una certa importanza avviene nel 1972 alla cupola Artecasa dove espone in compagnia di Paolo Bellini e Cesare Lucchini, mentre due anni dopo il Galleria Centro Design di Lugano gli dedica una personale. Poi in Ticino seguiranno le personali alla Galleria Matasci di Tenero (1978), alla Galleria l’Immagine di Mendrisio (1981), alla ProArte di Lugano nel 1984, al Monte Verità di Ascona (1985) con la cura di Harald Szeemann, per arrivare poi all’antologica del 1990 al Villa dei Cedri a Bellinzona. La sua prima apparizione alla Galleria La Colomba è del 1991, dove è ritornato in seguito anche nel 1997, nel 2000, nel 2006 e nel 2009. Successivamente, alle esposizione personali in varie città d’Italia e di Svizzera e all’estero, si è proposto alternativamente ancora in Ticino al Museo Epper di Ascona, alla Sala comunale di Camorino, a Villa dei Cedri, alla Biblioteca Salita dei Frati e al Museo Civico di Belle Arti a Villa Ciani a Lugano. Nel 2009 è stato insignito del Premio Morotti alla carriera.
Questa mostra alla Fondazione Granata-Braghieri di Imbersago (Lecco) segue quella tenuta ad inizio ano alla Galleria La Colomba di Lugano, sempre conseguente al Premio Morlotti, assegnato all’artista luganese sul finire dello scorso anno.


Foto documento Imbersago (Lecco)
Foto documento Imbersago (Lecco)
 

Museo di Blenio

Foto documento Museo di Blenio


Acquarossa e le sue acque:
bagni termali e turismo alpino


La mostra che si tiene attualmente al Museo della Valle di Blenio a Lottigna racconta la storia dei più antichi bagni termali e delle sorgenti minerali della Svizzera, della Svizzera italiana e di Acquarossa. Essa occupa l’intero terzo piano del museo e si inserisce nel solco delle due mostre precedenti di grande successo, quella sul cioccolato (L’oro bruno…) e sulla religiosità popolare (Segni e presenze del sacro…). Vi si trovano testi e moltissime immagini, fotografie e oggetti di numerosi musei e collezioni svizzere, documenti originali (lettere, fotografie, stampati, riviste…), accenni di ricostruzioni d’ambiente, arredi (mobili, suppellettili, biancheria…), manichini con elegantissimi abiti della Belle Epoque, di proprietà del museo e mai esposti, maquettes per possibili progetti e tanto altro. Grazie a questa mostra molti scopriranno che lo sfruttamento delle acque a fini terapeutici risale all’antichità e in alcuni casi alla protostoria, come è attestato dai reperti straordinari di St. Moritz. Per il medioevo e i secoli successivi, le cure e le attività collaterali attorno ai bagni sono conosciute con precisione perché descritte nelle lettere dei curisti, nei documenti (libri dei conti, regolamenti per bagnanti e ospiti) e per mezzo di illustrazioni di varie epoche, a volte anche sottilmente umoristiche.
La storia della balneologia si intreccia in Svizzera con quella della scoperta delle Alpi e con lo sviluppo del turismo. L’Ottocento è il secolo delle cure termali: a questo apogeo si giunge per svariate ragioni, che la mostra mette in evidenza e che dipendono dall’evoluzione della medicina, dalla storia delle mentalità, dalla storia economica; si descrivono i momenti salienti e le località più importanti per il numero di ospiti, per la quantità di sorgenti e le particolarità delle acque.
L’esempio delle Terme di Acquarossa, dalle origini al Settecento, alla grande stagione della Belle Epoque, fino al XX secolo e al presente, è degno di interesse: per questa seconda parte la mostra si appoggia su ricerche e contributi di vari autori (storici, geografi, farmacologi, architetti), studi che verranno pubblicati prossimamente in un volume.
Da quando esistono le terme di Acquarossa? Com'erano? Chi e come erano i pazienti? E i medici? Che malattie si curavano e in che modo? E più in generale: che cosa si indossava nelle piscine? E che cos’era l’acqua minerale di un tempo? Si praticano ancora le cure termali in Svizzera oggi? A queste domande e a tante altre viene data risposta. Al di là della ricerca storica, per chi volesse soltanto divertirsi, ci sono descrizioni e illustrazioni anche molto spassose sulle cure, accenni su usanze incredibili, credenze popolari e costumi spesso licenziosi. Questo tema viene trattato raramente nei libri di storia, eppure le cure termali hanno avuto una grande importanza quando non esisteva altra medicina che quella naturale. E non si dice che dal medioevo in poi le cure, per chi poteva permetterselo, sono state spesso l’occasione per qualche viaggio o vacanza, anche trasgressiva, ben diversa dai consueti pellegrinaggi.
La interessante mostra allestita presso il Museo storico etnografico della Valle di Blenio, a Lottigna, dal titolo “Bagni termali e turismo alpino, Acquarossa e le sue acque”, è stata prolungata fino al prossimo 1° novembre; si può visitare da martedì a domenica (e lunedì festivi) nell’orario 14.00-17.30 oppure su appuntamento (tel 091 871 19 77). I panelli esplicativi nelle varie sale sono presentanti anche in tedesco, francese e inglese; le visite guidate sono tenute in quattro lingue(it, fr, ted, ingl). Per fine settembre è prevista una conferenza dal titolo “L’acqua rossa di Scerina: virtù medicinali e applicazioni terapeutiche tra Ottocento e Novecento”, con la storica Francesca Corti.


Foto documento Museo di Blenio
Foto documento Museo di Blenio
 

Museo Mendrisio

Foto documento Museo Mendrisio

Il Museo d’arte
mette in mostra le sue collezioni


Il Museo d’Arte di Mendrisio mette in mostra da metà settembre a metà novembre quanto di più significativo contempla la sua corposa collezione. Sono 180 opere d’arte, scelte dal curatore Simone Soldini che spaziano dal XVI al XXI secolo e che illustrano, all’interno degli spazi di recente restaurati dello storico Complesso di San Giovanni, le collezioni del Museo d’arte Mendrisio. Si tratta di autori importanti nella storia artistica locale, ma anche classici dell’arte moderna: un patrimonio che si è andato mano a mano arricchendo e che oggi conta, grazie al recente arrivo di notevoli depositi, oltre 2’500 opere. Nei 28 anni trascorsi dalla sua creazione, nel 1982, avvenuta in concomitanza con la presentazione della prima determinante acquisizione – la donazione Grigioni – il Museo d’arte Mendrisio è riuscito con perseveranza a costituire una raccolta artistica di assoluto valore in ambito locale. Nascita e sviluppo del Museo d’arte Mendrisio si intrecciano con i lavori di restauro del complesso di San Giovanni, monumento fondamentale e documento nella storia di Mendrisio. Il suo progressivo recupero ha significato di pari passo il crescente potenziamento dell’istituto museale mendrisiense. La completazione negli ultimi sette anni del restauro del complesso ha consentito un ampliamento sia dei depositi sia degli spazi espositivi. Oggi il Museo d’arte Mendrisio è una importante realtà, con una rinomanza a livello cantonale consolidata e affermata.
Le collezioni del Museo d’Arte di Mendrisio si sono formate nei decenni grazie alle acquisizioni volute dal Municipio e, soprattutto, grazie alle donazioni e ai depositi che seguivano esposizioni monografiche o tematiche. Di norma la crescita di una collezione dipende principalmente dall’attività espositiva – mirata - che un Museo persegue nel tempo; così è stato e vale tuttora per quello di Mendrisio. La presentazione in mostre monografiche di autori moderni e contemporanei gli ha consentito di annettere fondi spesso significativi della loro opera. Un impegno premiato – per citare gli esempi maggiori - con l’arrivo di fondi cospicui come quello dedicato al pittore Pietro Chiesa, figura di riferimento dell’arte ticinese dalla fine dell’800 alla metà del ‘900, e soprattutto come quello dell’artista-gallerista Gino Macconi, che con il suo apporto arricchisce il Museo con materiali che danno un ampio affresco sulla storia artistica locale (in special modo del ‘900), oltre a fornire alcuni interessanti documenti di artisti - in particolare italiani - dell’arte moderna europea. Spiccano poi all’interno della collezione alcune linee guida. Almeno due sono senz’altro da indicare: da un canto un filone storico regionale; dall’altro, una visione completa sul Novecento ticinese. Una raccolta di opere antiche permette quindi di costruire, partendo da lontane origini, una microstoria artistica del territorio che lungo i secoli conduce dalla bottega seicentesca dei Torriani, attraverso la produzione di Giovan Battista Bagutti, di Bernardino Pasta, di Antonio Rinaldi, di Pietro Chiesa, fino nel cuore del ‘900 grazie ai fondi di due protagonisti della storia regionale come Guido Gonzato e Giuseppe Bolzani.
Ma, come detto, baricentro della collezione rimane il ‘900 ticinese, documentato in tutte le sue figure maggiori, che innescano a loro volta filoni tematici, seguendo i quali possono essere lette e variamente interpretate l’arte e la storia del territorio ticinesi: il carattere specifico di una provincia influenzata sì dalla cultura di origine, ma anche fortemente da una componente proveniente dal nord.
A un criterio cronologico si accompagna, soprattutto in sede di catalogo, un criterio settoriale per filoni tematici e linguistici. Il catalogo che accompagna la mostra si divide quindi in nove sezioni storico-tematiche, ognuna delle quali viene introdotta da una sintetica lettura critica, e riunisce le immagini di 180 opere, tra le quali quelle di circa 130 autori differenti.
La mostra al Museo d’Arte Mendrisio rimane allestita da 18 settembre al 14 novembre; si può visitare dal martedì al venerdì negli orari 10.00-12.00 / 14.00-17.00, sabato e domenica dalle 10.00 alle 18.00, lunedì chiuso; vernice venerdì 17 settembre ore 18.00.


Foto documento Museo Mendrisio
Foto documento Museo Mendrisio
 

Museo Vela

Foto documento Museo Vela

Il futurista e intellettuale svizzero
Federico Pfister/De Pistoris (1898-1975)


Il principale appuntamento del 2010 con il Museo Vincenzo Vela ha per protagonista l’artista e intellettuale svizzero Federico Pfister, cittadino di Sciaffusa, figura singolare in ambito culturale sia italiano sia svizzero, il quale viene per la prima volta studiato attraverso un’articolata mostra monografica. La rassegna si inserisce nel filone di iniziative dedicate dal museo a personalità complesse, attive su più fronti grazie al loro ampio spessore culturale, che in passato ha coinvolto lo scrittore Thomas Mann, Johann Joachim Winckelmann, padre della storia dell’arte, e il linguista e etnofotografo Paul Scheuermeier.
Nato nel 1898 a Napoli, in un “milieu” cosmopolita e agiato, rimasto orfano in tenera età, Federico Pfister studiò storia dell’arte con Heinrich Wölfflin a Monaco di Baviera, e in seguito si laureò in archeologia a Firenze, lavorando negli anni ’30 come architetto a Roma, inoltre traducendo dal tedesco e commentando importanti testi di storia dell’arte di Winckelmann e Burckhardt. Egli manifestò tuttavia una particolare propensione per lo studio della filosofia, che diventò suo principale campo di ricerca, al quale contribuì con i testi “Il metodo della scienza” (1948) e “I fondamenti del divenire” (1973). Tale fu il suo riconoscimento in questo settore, che Giovanni Gentile gli offrì la cattedra di Filosofia all’Università di Napoli, a cui dovette rinunciare in quanto cittadino straniero. Grazie alla sua rete di conoscenze, al suo spessore culturale, e forse anche alla sua cittadinanza elvetica, il suo apporto alla sua patria di adozione fu particolarmente efficace nella ricostruzione post-bellica, cui contribuì sia in qualità di direttore della Biblioteca dell’Istituto Germanico a Roma, sia come segretario generale dell’AIAC (Associazione Internazionale di Archeologia Classica), ruoli nei quali si adoperò con successo al recupero di un prezioso patrimonio librario trafugato dalla capitale durante il conflitto. Abile acquarellista e disegnatore, Federico Pfister fu anche pittore interessante, un aspetto della sua attività di cui si occupa principalmente la mostra del Museo Vincenzo Vela.
Dopo una prima fase espressionista, assumendo lo pseudonimo di De Pistoris a partire dal 1917, e durante tutto il periodo tra i due conflitti egli partecipò al Secondo Futurismo, di cui divenne uno degli esponenti di spicco insieme a Prampolini, Pannaggi, Depero e Paladini. La presenza di sue opere sui primi due numeri della seconda serie della rivista “NOI” del 1923 e di suoi lavori alla Terza Triennale Romana del 1925 sono indice della considerazione in cui era tenuto. Fu particolarmente vicino all’artista Enrico Prampolini, cui lo legavano sentimenti di amicizia e di stima. Egli continuò a dipingere fino alla morte, sopraggiunta a Roma nel 1975, rifuggendo tuttavia dall’assoggettamento a un unico indirizzo espressivo, e alternando fasi più naturalistiche a periodi in cui privilegiò la scomposizione della forma umana e del paesaggio. Nel 2009, ricorrenza del centenario della nascita del Movimento futurista, è stato scelto un suo dipinto, che sarà presente a Ligornetto, per un francobollo delle Poste italiane.
La mostra al Museo Vincenzo Vela presenta per la prima volta il percorso pittorico dell’artista attraverso oltre centoventi tra disegni, taccuini, acquerelli, dipinti a olio e tele preparatorie per un ciclo di affreschi mai realizzato. Il catalogo, che si avvale di contributi di uno dei massimi esperti di Futurismo Enrico Crispolti, del filosofo Massimo Prampolini, di Andrea Pfister, figlio dell’artista e curatore del suo lascito artistico e documentario, del critico d’arte Luigi Cavadini, segnerà un primo importante tassello nella scoperta e nello studio di una grande personalità svizzera dimenticata.
La mostra al Museo Vela intitolata “Federico Pfister / De Pistoris (1898-1975), Futurista e intellettuale tra Svizzera e Italia” rimarrà allestita dal 26 settembre al 5 dicembre; inaugurazione domenica 26 settembre alle ore 11.00; si può visitare nei giorni feriali dalle 10 alle 17, domenica dalle 10 alle 18; chiuso lunedì (escluso 1 novembre).


Foto documento Museo Vela
Foto documento Museo Vela
 

Vini italiani

Foto documento Vini italiani


Zisola, la sfida siciliana
nella patria del Nero d’Avola


Non fu facile trovare in Sicilia quello che Filippo e Francesco Mazzei, tradizionali e importanti produttori della Toscana, cercavano accanitamente per dar seguito al loro sogno. Poi nel 2003 fu “scoperta” Zisola nella parte meridionale della Sicilia orientale, a 2 chilometri o poco più dalla barocca Noto, a 5 chilometri da Avola che ha dato il nome al vitigno più famoso di Sicilia. Il clima da quelle parti è quello mediterraneo insulare con inverni miti, estati calde e siccitose, mitigate solo dalle correnti termiche più fresche dovute alla vicinanza del Mare Ionio: una brezza rinfrescante di cui Zisola può godere grazie alla sua altitudine, 90-130 metri sul livello del mare, che le permette di trovare calcare e scheletro sassoso, ideali per vini caratterizzati da complessità, finezza, una tessitura fitta ed elegante.
L’azienda racchiude in sé tutte le potenzialità ancora inespresse di questo angolo d’Italia: incastonata in un magnifico scenario naturale, ha il suo cuore operativo in due bagli e tutt’intorno si estendono i circa cinquanta ettari della proprietà. Le piante di carrubo ed i giardini di agrumi e mandorli sono indimenticabili pennellate di colore che si alternano ai vigneti, tutti impiantati ad alberello, 5’500 piante ad ettaro. Prevale il Nero d’Avola; lo affiancano Syrah, Petit Verdot e Cabernet Franc.
Più che un’acquisizione aziendale quello di Zisola è ancora una volta un progetto territoriale, che inserisce l’attività produttiva in un territorio dall’identità forte ma non ancora del tutto sviluppata e ne esalta il vitigno storico.
Nella tenuta si producono due vini Igt Sicilia: Zisola, che dell’azienda porta il nome, è un incondizionato omaggio al Nero d’Avola, Doppiozeta, che rappresenta al meglio il binomio Zisola-Mazzei.

Doppiozeta “2Z”
Igt Sicilia, prodotto in piccole quantità prevalentemente da Nero d’Avola con aggiunta di Syrah e Cabernet Franc, è il vino più importante della proprietà, come quel doppio sta ad indicare, e punta all’eleganza, alla profondità, alla complessità aromatica. È un vino che carrura e ammalia.

Zisola
è un Igt Sicilia, a base di Nero d’Avola. Concentrato e di grande spessore, con un’acidità sostenuta, con una bella persistenza, rispecchia alla perfezione quello che questo vitigno può dare, in particolare freschezza e frutta, sviluppandone l’aspetto dell’eleganza che gli regalano la posizione elevata dei vigneti e le caratteristiche del suolo.

L’olio di Zisola
La vocazione all’eccellenza di Zisola si esprime anche nella produzione di un Olio Extra Vergine di Oliva Monti Iblei–Val Tellato Dop dalle caratteristiche particolari. Nasce prevalentemente dalle "cultivar" di Moresca, Ogliarola Messinese e Nocellara Etnea, ha colore dorato e si presenta fruttato con una leggera nota piccante e un finale dolce. Un trionfo di aromi e sapori che esaltano il temperamento del territorio.


Foto documento Vini italiani
 

Gastronomia

Foto documento Gastronomia

Ristorante Stazione di Bioggio
rinomato anche per la selvaggina



Paté di capriolo ai porcini su insalatina di carciofi,
cicorino all’olio e limone

Ingredienti per 5 persone

200 g di polpa di capriolo (coscia), 5 cl di olio d’oliva (per soffriggere), 5 cl di cognac, 30 g di cipolla, 1 spicchio d’aglio, 1 dl di fondo di selvaggina (anche acquistato già preparato), 80 g di burro da tavola, 100 g di porcini freschi tagliati a lamelle, 5 belle fette di bresaola di cervo o prosciutto di cinghiale, 5 pezzi di carciofi mondati e senza barba, 100 g di cicorino ben lavato e mondato, olio extra vergine d’oliva, limone, sale e pepe quanto basta.


Preparazione

Soffriggere la cipolla e lo spicchio d’aglio fatto a fettine nell’olio d’oliva, poi aggiungere la carne tagliata a cubetti e continuare la rosolatura. Aggiungere il cognac, lasciar evaporare, in seguito bagnare con il fondo di selvaggina, condire con sale e pepe, coprire e lasciar stufare per circa un’ora come per uno spezzatino.
Durante la cottura della carne, far saltare con dell’olio d’oliva i porcini puliti e tagliati e renderli ben dorati, condirli e metterli da parte su un piattino.
A cottura ultimata della carne, lasciarla raffreddare leggermente poi tritarla in modo finissimo col mixer cercando di ottenere una massa cremosa; alla fine aggiungere il burro tagliato a pezzi fino ad ottenere una crema liscia, finire di gusto con pepe e sale. A questo punto, aggiungere i porcini e con una spatola incorporarli alla massa.
Coprire l’interno della terrina con della pellicola trasparente, e poi fare lo stesso con la bresaola, lasciando che ci sia un avanzo esternamente per poi poter coprire il paté. Versarvi la massa, ricoprire con l’avanzo di bresaola e battere bene la terrina per far uscire l’aria rimasta nella massa; coprire con la pellicola e far raffreddare in frigo almeno un paio d’ore.


Servizio

Per la preparazione del piatto, tagliare a lamelle fini i carciofi crudi e condirli con olio e limone, sale e pepe.
Formare una bouquet in mezzo al piatto con i carciofi e il cicorino. Tagliare due fettine di paté e appoggiarle all’insalata; a piacere si può decorare con dell’aceto balsamico ridotto.


Foto documento Gastronomia
 

Riso Gallo

Foto documento Riso Gallo

Una storia fatta di chicchi
che dura da ben sei generazioni


Riso Gallo, che nel 2006 ha celebrato il suo 150° anniversario, è una tra le più grandi riserie d’Europa e tra le più antiche industrie risiere italiane. La società è stata fondata a Genova nel 1856 dalla famiglia Preve, che ancora oggi la gestisce. Il successo ottenuto e la crescente esperienza nel settore convinsero ben presto la famiglia Preve a concentrare l’attenzione sulle coltivazioni italiane e fu così che lo stabilimento genovese si trasferì già allora prima a Novara e poi a Robbio Lomellina (dove c’è l’attuale sede) nel cuore del Pavese, una tra le più rinomate e tipiche zone risicole. Parallelamente fu aperto un altro stabilimento in Argentina, per far fronte alle necessità del mercato sudamericano e fu proprio in Argentina che ebbe origine lo storico marchio Riso Gallo (Arroz Gallo).
L’idea di smettere la vendita di riso sfuso nei sacchi, e di cominciare quella in confezione con marca, viene in mente a Riccardo Preve nei primi anni Quaranta del secolo scorso. Poiché all’epoca l’analfabetismo era ancora molto diffuso, Riso Gallo decide, per identificare le diverse varietà di riso, di adottare simboli di animali facili da riconoscere e ricordare: il leone, la giraffa, la tigre, l’aquila, l’elefante, il gallo campeggiano sulle confezioni. E proprio il “Gallo”, simbolo della qualità più pregiata, diventa ben presto identificativo generico di tutti i prodotti dell’azienda e arriva protagonista fino ai giorni nostri, riuscendo a sovrapporsi come marchio “Riso Gallo” alla vecchia ragione sociale.
Riso Gallo è oggi una realtà all’avanguardia nel panorama dell’industria alimentare made in Italy. Dal riso bianco ai Risotti Pronti, dai mix di cereali ai Grandi Risi dal Mondo, dalla pasta di riso all’innovativa Linea Expresso, dagli arancini ai risotti surgelati, Riso Gallo è l’espressione della fantasia in cucina, grazie ad un assortimento ampio e completo di varietà, preparazioni e di gusti in grado di soddisfare le diverse esigenze dei consumatori, offrendo di volta in volta un riso tradizionale, veloce, raffinato, esotico, ma sempre naturale e di qualità controllata.
Riso Gallo, con una quota del 23%, è il riso più venduto in Italia. Riso Gallo è prima marca nel parboiled (il riso che non scuoce) con il 30% del mercato, è leader nel riso bianco con un volume del 12%, è prima marca negli sterilizzati expresso 2 minuti con quasi il 49%, e con circa il 7% è il marchio di riso più venduto nei risotti pronti sul territorio italiano. Più del 27% della produzione annuale viene esportata nei principali mercati dell’Unione europea, ma anche in Europa dell’Est, Giappone, Stati Uniti, Sud America, Australia e perfino in Cina e in India. Riso Gallo è presente con proprie sedi, oltre che in Italia, anche in Svizzera, Inghilterra, Francia e Spagna.
Tecnologia, ricerca, innovazione e qualità al servizio del consumatore: questi sono i punti di forza che da sempre caratterizzano la filosofia aziendale Riso Gallo, che ha portato molto spesso l’azienda a precorrere i tempi. Per prima ha commercializzato il riso confezionato, ha lanciato il riso a rapida cottura, ha inventato segmenti di mercato come il riso per insalate e la novità mondiale esclusiva della linea “Risotti Pronti” (con il condimento incluso nei chicchi), ha lanciato “Blond Veloce & Versatile”, l’unico parboiled che cuoce in 8 minuti, il “Carnaroli del Pavese Gran Riserva” (il riso invecchiato come un vino rosso d’annata, fino all’ultima rivoluzionaria linea “Espresso”, risi e risotti pronti in soli 2 minuti.

Il Pavese: una terra nobile
Il Pavese ha confini naturali formalmente molto chiari: è quella porzione di pianura Padana che sta a nord del Po, tra il basso corso del Ticino e il Sesia. Questa fascia è stata provincia piemontese sino al 1859 con capitale Mortara: i Savoia avevano infatti conquistato la città nel 1706 e solo 37 anni dopo sarebbero arrivati a Vigevano. Dai Savoia dipende la “specializzazione” di queste terre: da quasi 300 anni è attraversata da una trama fittissima di canali, arricchita dalla presenza di grandi cascine che ancora oggi sono i veri centri produttivi delle risaie, la più evidente peculiarità agricola della zona. I piemontesi non divisero le grandi proprietà e favorirono uno sviluppo “moderno” dell’agricoltura, affiancando spesso agronomi ai possessori della terra, per consigliarli come sfruttare al meglio la qualità del terreno, delle acque, del microclima. Una bella testimonianza di quell’epoca di grande progresso sono i molti castelli che punteggiano la pianura, ancora abitati dalle antiche famiglie nobiliari.
Il paesaggio è piatto, interrotto dalle grandi cascine in mattoni rossi, incorniciate dai filari di pioppi: in primavera l’allagamento delle risaie riduce le strade a un vero e proprio reticolo su di un apparente e immenso lago, che spesso fa da specchio nelle giornate limpide alle nevi delle Alpi. Tutto è stato “costruito”, trasformato, organizzato in secoli di infinita pazienza e conoscenza dall’uomo. Per natura questa terra di risorgive sarebbe stata una impraticabile palude, come lo era nel Medioevo. Invece divenne luogo di esperimenti agricoli per l’epoca all’avanguardia: nel Quattrocento, alcuni pregiati sacchi di riso provenienti dall’Oriente, furono regalati dal Marchese di Mantova al cugino Ludovico il Moro e messi a coltura nella zona di Robbio, sede della Riso Gallo. Da allora il riso migliore proviene da questa storica ex-provincia.
Non è escluso che il Pavese sia fra qualche tempo conosciuto nel mondo per il suo riso oltre che per la sua storia, i monumenti, l’arte. Già oggi Pavia è considerata la “capitale del riso”, grazie ai suoi 78 mila ettari coltivati a risaia: la provincia con la maggior percentuale di coltivazione a riso in Italia.


Foto documento Riso Gallo
Foto documento Riso Gallo
 

Vira Gambarogno

Foto documento Vira Gambarogno

Le pitture sulle case del nucleo
per l’arredo artistico permanente


Il connubio tra Vira Gambarogno e l’arte certamente risale all’antichità, e alcune testimonianze nel paese lo dimostrano. Per riferirci ai tempi a noi più vicini si può invece affermare che l’inizio si situa certamente agli anni 50 del secolo scorso. Sotto l’impulso di un gruppetto di giovani entusiasti e appassionati nacque il Circolo di Cultura del Gambarogno che tra le altre iniziative diede la luce anche al Festival organistico di Magadino. Venne così dato il via ai primi appuntamenti culturali e artistici, indirizzati soprattutto alla popolazione della regione e al turista soprattutto teutonico che da sempre sceglie il Gambarogno quale luogo di villeggiatura. In seguito, sotto l’impulso del professor Edgardo Ratti, più sensibile all’arte pittorica e plastica, venne sviluppata la formula delle “Mostre di scultura all’aperto”, diventate in breve tempo di richiamo internazionale e che ancora oggi, organizzate dalla “Associazione GambarognoArte”, continuano con cadenze triennali.
Compresa nel ricco ventaglio dell’offerta culturale e artistica, nel 1970 Vira ospitò anche la “Scuola dell’Affresco”, alla quale parteciparono una decina di giovani artisti sotto la guida di rinomati docenti specializzati nella particolare e secolare tecnica pittorica. Quell’iniziativa lasciò in eredità al paese un buon numero di affreschi, ospitati su alcune facciate di case del nucleo del paese.
A distanza di 40 anni “GambarognoArte” si è fatta carico di riprendere l’iniziativa, procedendo in primo luogo al restauro di alcuni affreschi di allora, e poi con la programmazione di cinque nuove opere pittoriche alla fine situate su altrettanti nuove facciate. Dunque non si tratta propriamente di pitture murali, ma in questo caso di dipinti eseguiti su un supporto di cemento in seguito inserito in una solida cornice di acciaio inossidabile e solo successivamente fissati alle pareti. È una tecnica forse meno affascinante rispetto all’affresco puro o alla pittura murale, ma sicuramente più adatta alle circostanze. Le case del nucleo di Vira infatti sono state costruite nei secoli passati e in alcuni casi mostrano i segni del tempo. Una eventuale ma probabile riattazione o trasformazione metterebbe dunque in pericolo i dipinti. Con il sistema adottato da quest’anno vi è invece la possibilità di rimuovere l’opera prima degli eventuali lavori, per poi poterla ricollocarla in seguito nella propria sede originaria o se del caso su un’altra parete.
Contemporaneamente l’Associazione ha fatto restaurare alcune postazioni della Via Crucis di Sant’Abbondio, anch’esse eseguite per iniziativa del Circolo di Cultura nel 1972, e in seguito rimosse dalla loro sede perché danneggiate dai vandali.
Questo è il primo passo voluto dalla “Associazione GambarognoArte” nell’ottica di proseguire negli anni con l’esecuzione di nuove opere e con lo scopo finale di identificare Vira e il Gambarogno quale paese e regione rinomati per il proprio arredo artistico fatto anche di affreschi e pitture situate sui muri delle case. E questo per lasciare un segno artistico indelebile nella regione, a fianco delle rinomate mostre internazionali di scultura all’aperto che hanno sì il pregio di richiamare nel Gambarogno gli appassionati di ogni dove, ma che purtroppo per la loro natura possono avere solamente una presenza temporale limitata a qualche mese.
I lavori
Questi i lavori eseguiti durante il mese di luglio 2010 nell’ambito della manifestazione artistica promossa dalla “Associazione GambarognoArte”:

conservazione di affreschi e pitture murali esistenti (dal 1970) nel nucleo di Vira;
restauro di alcuni affreschi della via Crucis di Sant’Abbondio eseguiti nel 1972 (lavori fatti presso l’atelier allestito all’oratorio di Vira);
esecuzione di nuove pitture murali di grandi dimensioni applicate su alcune facciate di case nel nucleo di Vira.


Le nuove pitture

Le nuove pitture, eseguite su supporti di cemento, che sono andate ad impreziosire le pareti di differenti stabili nel nucleo del paese sono state eseguite dagli artisti:
Pierluigi Poretti (Lugano)
Fausto Tommasina (Vira/Locarno)
Carlo Manini (Pallanza-Verbania)
Urs Dickerhof (Bienne)
Carlo Pizzichini (Siena/Zurigo)



La Via Crucis

Le postazioni della Via Crucis di Sant’Abbondio deturpata dai vandali negli anni ’70 del secolo scorso sono state sistemate per quanto possibile con il rifacimento di alcune parti mancanti e con il consolidamento di quanto di buono rimaneva; il risultato finale è comunque notevole. Delle quattordici stazioni originarie ne sono rimaste otto, mentre le altre sono state distrutte o sono introvabili.
Sono state risistemate le opere di Urs Dickerhof (Bienne), Edgardo Ratti (Vira), Fra Roberto (Bigorio), Floriano Fabbri (Ravenna), HR Gyger (Zurigo) e due di Luigi Cillo (Treviso); una seconda opera del Premio Oscar HR Giger (ideatore delle creature del film Alien), come voluto dall’artista è stata lasciata com’era: andrà a far bella mostra nel suo museo personale a Gruyères.


Foto documento Vira Gambarogno
Foto documento Vira Gambarogno
 

Porsche

Foto documento Porsche

La 911 GT3 R Hybrid
per ora solo da competizione


Esattamente 110 anni dopo che Ferdinand Porsche aveva sviluppato la prima vettura a motorizzazione ibrida, la Lohner Porsche Semper Vivus, la Porsche riprende questo concetto allora visionario per le competizioni della GT prossime alla serie. Infatti al recente Salone di Ginevra ha debuttato una Porsche 911 GT3 R con un sistema ibrido innovativo. La marca tedesca apre così un nuovo capitolo nella impressionante storia di successo della Porsche 911 quale vettura da corsa, dopo che in 45 anni ha collezionato oltre 20 mila vittorie.
Il nuovo sistema ibrido è stato concepito appositamente per l’impiego in competizione e sia nella concezione che nei suoi componenti si distingue nettamente da sistemi ibridi convenzionali già noti. Sulla 911 GT3 R Hybrid il sei cilindri boxer posteriore di 480 CV viene completato da due motori elettrici di ciascuno 60 kW all’assale anteriore. Contrariamente alle solite batterie delle vetture da turismo ibride già note, qui l’energia per i motori elettrici viene fornita da un volano ad accumulazione, sistemato nell’abitacolo di fianco al conducente. Il volano funziona pure come una dinamo, il cui rotore raggiunge fino a 40'000 giri al minuto, con la sua rotazione accumulando energia in modo meccanico. La produzione di energia avviene ad ogni frenata, quando i due motori elettrici all’assale invertono la loro funzione operando come generatori. Il pilota può utilizzare l’energia accumulata secondo i suoi bisogni, ad esempio accelerando in uscita di curva oppure per effettuare un sorpasso. In quei momenti il volano viene frenato elettromagneticamente, scaricando fino a 120 kW di potenza dall’energia accumulata e inviandola ai due motori elettrici all’assale anteriore. Questa potenza supplementare, dopo ogni ciclo di ricarica, è a disposizione del pilota per una durata da sei fino ad otto secondi. L’energia che prima ad ogni frenata non veniva utilizzata e si trasformava in calore, adesso può dunque venire sfruttata in modo molto efficiente come forza di trazione addizionale. Il sistema, a seconda del tipo e delle condizioni di gara, non serve solo a generare potenza, ma può venire impiegato per abbassare i consumi. Vengono così aumentate sia l’efficienza sia le prestazioni della 911 GT3 R Hybrid, per esempio riducendo il peso di carburante a bordo o ritardando le fermate per i rifornimenti.
Dopo la sua presentazione in prima mondiale la 911 GT3 R Hybrid è stata collaudata sul Nürburgring in occasione di gare di durata e in particolare alla 24 Ore sulla famosa Nordschleife. Per il momento Porsche non corre per vincere con questo modello, ma la considera piuttosto una dimostrazione di tecnologia, un laboratorio mobile impiegato in condizioni estreme per raccogliere esperienze in vista di una applicazione, più avanti, della motorizzazione ibrida a vetture sportive stradali.


 

Subaru

Foto documento Subaru

Forester 2.5XS Special Edition
con motore boxer aspirato


La Subaru ha da poco lanciato sul mercato svizzero un modello speciale della gettonata Forester. La Forester 2.5XS Special Edition 4x4 è dotata, come la Subaru Outback, del motore boxer aspirato di 2,5 litri da 172 CV abbinato a un cambio automatico con modalità manuale. Il modello speciale è disponibile in tiratura limitata al prezzo di 43’300 franchi nel colore di carrozzeria Satin White Pearl. Con un sovrapprezzo di 700 franchi è possibile optare per altre cinque tinte metallizzate e perlescenti.
Il modello speciale Forester è riccamente accessoriato già di serie. La dotazione di base comprende, tra le altre cose, interni in pelle nera, fari allo xeno, un tetto panoramico in vetro a comando elettrico e ruote in lega leggera da 17”. Anche questa Forester è dotata ovviamente dell’abitacolo rinforzato. Ne scaturisce di nuovo “il migliore pacchetto per uno stile di vita attivo” con caratteristiche dinamiche superiori e una perfetta visibilità in tutte le direzioni grazie a 215 millimetri di luce libera da terra. Le eccellenti caratteristiche dinamiche della Forester sono dovute alla trazione Symmetrical AWD permanente abbinata al motore boxer dal baricentro basso. Tutte le Forester dispongono di serie del controllo elettronico della dinamica di marcia Vehicle Dynamics Control e di sospensioni posteriori autolivellanti. L’altezza dell’abitacolo della Forester è di 1290 millimetri, la larghezza di 1520 millimetri. La vettura offre 965 millimetri di spazio per le gambe per i passeggeri posteriori, un valore eccellente nel suo segmento. Tutte le Forester sono equipaggiate di serie con airbag a tendina anteriori e posteriori, airbag frontali e laterali anteriori. Questi elementi di sicurezza sono integrati da cinture “pretensionate” con limitatore di carico sui sedili anteriori e poggiatesta attivi che in caso di collisione evitano il cosiddetto “colpo di frusta”. Tutti questi sistemi di sicurezza hanno contribuito a far sì che la Forester si aggiudicasse l’IIHS Top Safety Pick Award 2010 conferitole dall’American Insurance Institute for Highway Safety.

La casa Subaru

Subaru è il maggiore costruttore mondiale di autovetture a trazione integrale. La casa fa parte del gruppo giapponese Fuji Heavy Industries (FHI) ed è considerata la casa pioniera della trazione integrale per autovetture e nel 1972 ha lanciato sul mercato la prima autovettura a trazione integrale. Da allora Subaru ha venduto in tutto il mondo più di dieci milioni di vetture a quattro ruote motrici ed è il numero uno in tutto il mondo. Il know¬how Subaru si è affermato anche nello sport rallistico: la casa giapponese si è aggiudicata complessivamente sei titoli iridati. L’importatore svizzero con sede a Safenwil è attivo dal 1979; finora venduto sul nostro mercato più di 290 mila unità.